Introduzione

a cura di Giuseppe Andretta

Scarfès è un diario scritto con le immagini, un ricordo di un’esperienza di vita all’interno di un gruppo di amici che, da un normale punto di vista, potrebbe essere definita una gang.

Il titolo della fanzine gioca sul termine “scar” (cicatrice in inglese) e Fès (il nome della città in Marocco dove si è svolto il progetto). Ma anche sulla similitudine tra il composto “le cicatrici di Fès” e il nome di Tony Montana sul film Scarface, idolo di molti giovani deviati. Queste immagini si concentrano, più precisamente, su un linguaggio non verbale, antico e diffuso in tutto il mondo: l’autolesionismo, che, in questo contesto, diviene l’espressione di un profondo disagio ma anche una forma di esibizionismo e simbolo di ribellione.

Il termine Tcharmil si è guadagnato le prime pagine della stampa marocchina negli ultimi anni. La parola normalmente indica un mix di spezie per piatti a base di carne e non mi è ancora chiaro se il termine venga usato per indicare nei Tcharmil la voglia di portare un po’ di “piccante” nella vita quotidiana oppure per rappresentare, con lo spezzatino di carne, il simbolo della scarificazione della carne.

Il fenomeno delle “Gang Tcharmil” si riferisce a quella sottocultura giovanile che spinge i ragazzi marocchini ad esibirsi con una sorta di uniforme composta da tagli di capelli appariscenti, chiamati in gergo tatouage, da un abbigliamento firmato sportivo o di alta moda, orologi e collane enormi e, tra questi simboli, anche le braccia e il petto coperti da ferite auto inflitte. Tutto ciò in una città dove la maggior parte degli uomini indossano l’abito tradizionale marocchino, il Djalaba, e praticamente tutte le donne si coprono la testa con l’hijab, molte usano ancora lo Chador e, quelle più anziane, addirittura il Niqab.

Esploso a dismisura negli ultimi anni il fenomeno Tcharmil ha addirittura portato il governo a prendere provvedimenti mirati contro il diffondersi di queste gang. Nonostante ciò, i giovani tcharmil si sono messi sempre più in mostra anche attraverso i social network, esibendo nei loro selfie telefonini preziosi, spade, droga e mazzette di soldi, spesso frutto di spaccio e, talvolta, di rapine. L’autolesionismo, in questo contesto, soddisfa la necessità e la voglia di fuggire. Contrariamente all’apparenza, questa esperienza mi ha fatto capire che, in nessun modo, queste ferite vogliono rappresentare un desiderio di morte; piuttosto le loro cicatrici simboleggiano un desiderio di fuga da una realtà che non sentono più loro. La voglia di essere europei o occidentali,  di sradicare le loro origini africane, di sentirsi ricchi li porta a sfregiare la loro pelle simbolo del proprio limite.

Ho vissuto con questi ragazzi, e le loro famiglie, in periodi alternati dal 2014 al 2017, ospite nelle loro case, e ho potuto così comprenderne il lato umano e il disagio che li conduce all’autolesionismo. L’impotenza di fronte alla dilagante disoccupazione giovanile, l’impossibilità di andarsene da un paese e da una cultura, quella islamica, che non rispecchia i loro bisogni. Sono stato con loro nelle lunghe giornate dove non c’è nulla da fare, dove la ricerca di un impiego è inutile, soprattutto quando hai le braccia sfregiate di cicatrici o i capelli rasati con disegni tribali. Allora l’unica alternativa è starsene giù in strada, in quei vicoli di Fès che sono rimasti identici dal medioevo, in quel labirinto dove i turisti si perdono facilmente e, smarriti ed impauriti, sono disposti a pagare una mancia a chi li riaccompagna in una piazza nota o in una delle arterie principali della medina: Talaa Seghira e Talaa Kebira.

Una legge nazionale permette alla polizia di arrestare per 48 ore ogni persona che “adesca” un turista nella medina delle grandi città. Si chiama reato di “falsa guida” (“faux guide” in francese) e per essere incriminati basta semplicemente rivolgere la parola ad uno straniero. Ciò non ferma i giovani ragazzi che, appena vedono un turista, si precipitano a chiedere qualche spicciolo o a proporre dell’ottimo hashish rischiando così un paio di giorni di carcere. Nel 2014, inoltre, il re del Marocco ha chiesto delle misure speciali contro la diffusione dei Tcharmil  che, aggiunte al reato di falsa guida, hanno reso impossibile, per me, uscire di casa assieme a loro senza essere fermati da ogni poliziotto.