L’autolesionismo in Marocco

a cura di Emanuele Confortin

M.J. aveva 15 anni quando per la prima volta ha fatto scorrere una lama sul suo corpo. “È accaduto per caso, mi ero scolato una bottiglia di gin con un amico. Eravamo in un vicolo della Medina di Fès, quando ho preso una lametta di tasca e dopo aver sollevato una manica mi sono tagliato sul braccio” spiega, esibendo la cicatrice posta di sbieco, tra la spalla e il bicipite sinistro. All’epoca non aveva ancora l’esperienza per dosare velocità e forza, quindi la lama è andata “abbastanza in profondità da permettermi di sollevare la vena principale con un dito. Per fortuna che non si è recisa”. Oggi M.J. ha 34 anni ma il primo taglio è ancora molto evidente. Come spesso accade tra i giovani del Marocco, non si è mai fatto suturare la ferita da un medico e la cicatrizzazione è avvenuta male.    

È solo uno degli innumerevoli casi di scarificazione autoinflitta, una forma di linguaggio molto diffusa tra i giovani marocchini marginalizzati. Si tratta di un fenomeno entrato a tal punto nelle dinamiche relazionali, da essere un codice intellegibile, tale da trasformare il corpo e la pelle nel manifesto di un profondo disagio esistenziale. Un totem sul quale rivendicare con il filo di una lama il rifiuto verso le contraddizioni della società che si trasforma, dove il divario sociale si amplia giorno dopo giorno, nell’impotenza di quanti, giovani maschi in primis, comprendono di non avere un futuro.  

Fès è l’emblema del disagio dei ragazzi marocchini. Qui, tra i vicoli della medina emergono le forti tensioni insite nella società in cui sono costretti a vivere. Qui è nato e cresciuto M.J., condividendo frustrazioni ed eccessi assieme agli amici F.M, A.A., Y.A. e F.J, tutti di età compresa tra i 20 e i 30 anni, immortalati nel lavoro fotografico “ScarFès” di Giuseppe Andretta. Per questi ragazzi, l’autolesionismo attraverso l’incisione delle carni è una forma di ghettizzazione volontaria all’interno della loro tribù metropolitana, regolata da una precisa gerarchia machista. Costituisce un passaggio obbligato nella ricerca di un proprio ruolo, di un’identità altrimenti impalpabile. Nel cuore antico di Fès, la capitale culturale del Marocco, si scorgono i confini di un intero Paese, dove il comune disagio sociale, la mancanza di prospettive e il desiderio di emulazione sono i mattoni del muro oltre il quale sfogare rabbia e frustrazione.

Sentimenti alimentati dalle privazioni imposte dalla società marocchina, mai come ora costretta alla finestra, sul lato sbagliato dello stretto di Gibilterra, da dove l’Europa resta solo un’immagine  in lontananza di una cartolina sfocata. Simbolo di questo divario sono le barriere di rete e filo spinato che circondano Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in terra d’Africa, capaci di arginare l’energia dei migranti giunti in vista del Mediterraneo via Fès e attraverso le alture del Rif, inseguendo il proprio sogno europeo. Siamo a ridosso del Triangolo di Tangeri, principale origine della diaspora marocchina, endemicamente povero, storicamente ignorato da qualsivoglia incentivo allo sviluppo, cui si aggiunge l’isolamento politico e culturale. Il Rif è anche il più importante centro di produzione di hashish marocchino, ma anche crocevia, purtroppo, di droghe pesanti che trovano in Fès una base di spaccio e un centro logistico. In tale contesto, sopravvivere significa associarsi a gruppi criminali o partire. Per molti, la terza via è il jihad. 

La pratica della scarificazione autoinflitta si è ormai diffusa in tutto il Paese attraverso i social media e le autostrade della rete, tanto da indurre il governo a vietare la pubblicazione di foto di coltelli e ferite, pena la reclusione. Incidere il proprio corpo rappresenta una pratica iconoclasta capace di accomunare i giovani della capitale ai coetanei reclusi in anonimi villaggi rurali, tutti ugualmente invisibili. L’assenza di un colpevole in carne e ossa per questa condizione, induce i ragazzi marocchini ad autoinfliggersi i colpi destinati ai loro persecutori. Così facendo il dolore esorcizza il malessere e il sangue in qualche modo santifica un passaggio di stato, da ragazzo a uomo. Ferendosi si entra a far parte di un gruppo dotato di un’identità chiara, mondata dal malessere attraverso il filo della lama. Gli squarci autoinflitti sono una via di fuga, permettono di sottrarsi alla reclusione del proprio corpo, al pari di quanto accade in carcere, dove in alcuni casi i detenuti si feriscono in modo volontario.

È il caso di A.A., trent’enne amico di M.J. Sebbene abbia una moglie, una figlia e un bar di proprietà, tra i ragazzi della Medina è quello con le ferite più evidenti, “disegnate” con un certo metodo. Il gruppo vede in lui un esempio, è un leader con i galloni incisi in modo indelebile sulla pelle. A.A. ha fatto a lungo dentro e fuori dal carcere. Molti dei suoi tagli derivano dai periodi di detenzione. Sono stati inferti dietro le sbarre, dove la pratica dell’autolesionismo segue le stesse logiche della medina. La reclusione forzata viene trasposta sulla pelle che qui diventa una parete da violare, l’unica resistenza dalla quale è possibile evadere. Le ferite inflitte in prigione sono volontarie, avvengono in modo lucido e consapevole, senza assunzione di droghe o di alcool. Fuori dal carcere, a Fès, il rito si trasforma. Prima di impugnare l’arma, il “ritualista” è in genere intossicato dall’abuso di sostanze psicotrope. Particolarmente diffusi sono i cocktail di Témesta, psicofarmaco a base di Lorazepam che, se combinato agli alcolici, provoca forti stati di deviazione di coscienza. I ragazzi della Medina non pianificano la propria scarificazione, tutto avviene all’improvviso, sotto l’effetto dell’alcool, del Témesta o di altri farmaci, quando paura e coraggio vengono annullati. Quasi nessuno dei ragazzi riesce a parlare dei propri sfregi. F.M. si limita a raccontare lo stato di intossicazione raggiunto nei momenti in cui ha trovato il coraggio di impugnare la lama, quasi fosse una scelta involontaria, imposta da droghe e alcool. “L’ho fatto perché ero fuori di testa” è la risposta avuta puntualmente in cambio, chiedendo spiegazioni. Da adolescente F.M. aveva un solo taglio, in pieno petto. Di stagione in stagione le ferite autoinflitte sono aumentate di numero e di profondità, e oggi, a 22 anni porta con orgoglio profondi segni sulle braccia, sul collo e sulla guancia sinistra.

L’autolesionismo non è un’esclusiva delle città marocchine ma è diffuso anche in contesti più ricchi e sviluppati, compresi Europa e Stati Uniti. Ferirsi con lame e pugnali figura tra le “condotte a rischio” e coinvolge tipicamente gli adolescenti, come espressione del male di vivere moderno. Lo stesso vale per Fès, Casablanca, Rabat, Marrakech con la sola eccezione di essere una condotta esclusivamente maschile, esasperata al punto tale da interessare anche viso e collo. Scelta estrema, rifiutata dai coetanei occidentali in quanto il volto costituisce la base inviolabile dell’identità sociale. Il fil rouge tra gli iniziati alla scarificazione volontaria in Marocco è una condizione psicologica deviata, ci sono poi l’esistenza marginale e l’assenza di prospettive professionali. 

Non si tratta comunque di comportamenti patologici e nemmeno di tentativi di suicidio. Durante il periodo trascorso da Giuseppe Andretta nel cuore del ghetto di Fès, è emersa con chiarezza la volontà di vivere dei giovani autolesionisti, tanto da “rendere le ferite vere e proprie richieste di aiuto”. L’impiego delle lame in tal senso riflette un registro diffuso nel Marocco contemporaneo, dove gran parte degli uomini di casa possiede una spada, usata per difendere la famiglia dalle minacce dirette e dalle offese d’onore, e rappresenta il solo armamento accessibile. Il governo marocchino ostacola in modo deciso la diffusione delle armi da fuoco, in quanto, come spiega M.J. “se potessero essere acquistate liberamente, in Marocco ci sarebbe un’ecatombe”.

La spada è quindi al contempo lo strumento e il simbolo della vendetta. Viene costruita artigianalmente e usata per ottenere giustizia, per regolare dei conti in sospeso e per vendicare gli affronti. Ambiti diversi accomunati da una stessa modalità di utilizzo: lo sfregio del volto della persona da colpire. Trattamento riservato anche alle ragazze per punirne comportamenti sbagliati, o il rifiuto di un pretendente. Quando aveva 16 anni, M.J. sfregiò il volto al vicino di casa perché aveva picchiato il fratello F.M, all’epoca dodicenne, colpevole di aver rotto una finestra dell’aggressore giocando a pallone. Mohammad non è intervenuto subito, il giorno del pestaggio, ma ha pianificato la vendetta, procurandosi una spada e regolando il conto. 

Un contesto del genere spiega come mai da qualche anno in Marocco si stanno moltiplicando le aggressioni con armi da taglio (ijram), anche a scopo di rapina.  Ciò riguarda soprattutto le gang sorte nei quartieri più poveri delle città, formate da gruppi di adolescenti che si identificano nelle bande ispaniche, o prendendo Tony Montana di Scarface come modello. Queste gang si vengono chiamate Thcarmil e, a Fès, sono composte dai ragazzi dai 13 ai 25 anni. In Marocco, negli ultimi anni si sono organizzate numerose manifestazioni contro il dilagare della violenza e ciò ha portato il governo marocchino alla ‘tolleranza zero’ nei confronti delle gang tcharmil.

I Thcarmil vivono in un contesto di isolamento e povertà. Sono adolescenti o poco più, abituati a fotografarsi in pose virili, brandendo spade o pugnali. I profili di questi ragazzi rispondono a una precisa iconografia. Hanno i capelli tagliati come i campioni di calcio, indossano scarpe da ginnastica e magliette di marche note, portano orologi vistosi e ostentano con orgoglio il bottino recuperato nel corso delle razzie quotidiane. Il fenomeno dei Thcarmil e dei tagli autoinflitti è aumentato con la riduzione dei flussi migratori verso la Spagna e l’Europa. Il blocco all’emigrazione ha condannato migliaia di giovani all’inettitudine nei loro quartieri, dove per molti alcool e droghe restano una via di fuga, e la scarificazione volontaria il solo modo per riempire i vuoti della propria vita.