Il corpo come immagine del tempio, lo spazio dove materia e spirito si congiungono per riflettere una sacralità che attraversa le tre religioni monoteiste, sembra appannarsi di fronte all’incedere di una secolarità la cui prima vittima è proprio il concetto di sacro. Il termine “sacro” deriva da “sacrum” e più indietro da “sacer” e prima ancora da “sak”, parola di radice indoeuropea che vuol dire “recinto”. Questa immagine del recinto rimanda al significato di “separazione” che, per estensione, determina l’appartenenza al divino, il luogo dell’intangibilità. Come accennato, l’interpretazione del corpo come luogo del sacro, nel corso del tempo ha perduto la sua iniziale connotazione persino all’interno di talune ritualistiche religiose, laddove il corpo è autoflagellato nel tentativo di rivivere la passione di Cristo, ritualismo che nel dolore dell’afflizione ha carattere di offerta. Per converso, nella società laica il corpo svincolato dal sacro appartiene solo a chi ne indossa il nome, ne è proprietario e dunque libero di disporne come crede, imprimendo al gesto una connotazione proprietaria. La violazione del corpo – al netto di patologie che conducono all’autolesionismo quale tentativo di umiliazione della materia – attraverso pratiche afflittive nel tempo si è arricchita di componenti identitarie tanto più evidenti quanto più evidente è la sparizione del concetto di sacro nelle diverse società. Marocco, al nostro tempo.

Il fotografo Giuseppe Andretta ha esplorato a lungo il fenomeno dell’autolesionismo nella sottocultura giovanile. Nel suo progetto, “Scarfès” – ora confluito in una fanzine acquistabile a questo indirizzo: www.scarfes.it – un termine che nasce dall’unione di altre due parole, “scar” e Fès” la cui associazione fonetica rimanda al famoso e violentissimo film di Brian De Palma, “Scarface”, appunto, interpretato da Al Pacino nelle vesti di Tony Montana, assurto a idolo dalle gang marocchine. Questa sottocultura ha un nome: Tcharmil, termine innocuo (vuol dire “spezzatino di carne speziato”) ma che per estensione ha assunto risvolti drammatici, tanto che nel 2014 – anno in cui Andretta ha dato il via al suo progetto – re Mohammed VI ha introdotto una serie di normative per contrastarne la diffusione. Con Tcharmil si intende dunque l’appartenenza a una gang dedita allo spaccio di hashish e alla microcriminalità le cui cicatrici auto inflitte su tutto il corpo sono un segno d’appartenenza. Il sacro è smarrito nel nome di una globalizzazione che nella diffusione dei peggiori costumi fa apparire uguali tutte le città del mondo.

I giovani tcharmil, pur essendo stretti tra l’osservanza ai più importanti principi dell’Islam, contestano la rigidità della loro cultura prendendo a esempio un ribellismo che nella forma, più che nella sostanza, li avvicina alle gang occidentali. I modelli sono noti: ricchezza, donne e uno stile di vita da raggiungere alla svelta, con ogni scorciatoia possibile, mentre i segni esteriori, le cicatrici con cui i loro corpi sono martoriati tracciano un’identità che nel riconoscimento reciproco tracciano il loro (dis)valore d’appartenenza. Incontrarli, fotografarli non dev’essere stato facile per Andretta. Per prima cosa crediamo che non sia stato semplice entrare in confidenza con una società che nella segretezza della propria ritualità ha il suo punto di forza e vincere le ritrosie di un gruppo. Occorre coraggio e umiltà, e un progetto che più che giudicare trae la sua vocazione del descrivere, nel documentare vita, desideri e aspirazioni di giovani che di qualunque cosa avranno risonanza fuorché della nostra indignazione. E dunque vinte le iniziali immaginabili diffidenze al fotografo non resta che puntare il suo obiettivo su quelle cicatrici esibite come un trofeo e che campeggiano come un marchio identitario. Le fotografie di “Scarfès” sono a un tempo terribili e affascinanti; stridono come qualcosa di incomprensibilmente fuori fuoco, ma che trova la sua spiegazione nell’innesto innaturale di una sottocultura emergente violenta e autodistruttiva al confronto con un Islam che in Marocco vive di ampie aperture politiche e sociali, la cui dottrina religiosa vede il corpo come “la suprema dimora del Misericordioso” (Abdul Baha).

Il corpo vilipeso viene dunque strappato al sacro. E’ nostro, sembrano dire i giovani tcharmil e nella cancellazione di un patto primigenio vivono i nuovi codici identitari, la disobbedienza, l’autoreferenzialità, la repulsione violenta verso un modello di società incapace di soddisfare i bisogni giovanili. Tutto concorre e tutto si ferma sul corpo, dove i fendenti dell’autolesionismo martirizzano il corpo ancorché l’anima. Giuseppe Andretta ha aperto uno squarcio, una luce nera e drammatica su una realtà a noi sconosciuta. Questo reportage, necessario e struggente, rivaluta il senso stesso del fotografare per conoscere, per documentare. E le immagini, sappiamo bene, parlano molto meglio di ogni parola. E in “Scarfès” ne abbiamo una magnifica conferma.